Europa in crisi/1

Romano Prodi, ecco un uomo sotto una campana di vetro

Bruxelles tira diritto come un gran timoniere alla guida di una colossale ondata di conformismo appiattito sull'autocelebrazione di un "sogno europeo" in cui, a parte certi addetti ai lavori, sembrano credere ancora in pochi. Soprattutto perché, al di là della retorica, per milioni di cittadini europei quel sogno assomiglia sempre più spesso a un incubo. Grandi concioni sulla fratellanza tra i popoli, sull'integrazione fra le nazioni, sull'unione che fa la forza ed esorcizza lo spettro delle guerre planetarie al grido di "mai più", ma, in questa stagione di euroforia verticistica ingiustificata, alla testa del Vecchio Continente non ci sono certo gli Alcide de Gasperi, i Robert Schuman e i Konrad Adenauer. C'è invece Romano Prodi. Dei "Padri fondatori" dell'Europa, del loro progetto d'integrazione federalista, si potrà pur pensare quel che si vuole, ma rispetto all'attuale presidente della Commissione Europea (CE) la distanza è enorme. A oggettivo vantaggio dei primi. (Per inciso, se un giorno andranno in porto le cause di beatificazione di De Gasperi, Schuman e Adenauer - come ricordato l'autunno scorso dal Sinodo dei vescovi europei convocato in Vaticano -, questo non significherà, come mai significa, l'automatica santificazione delle loro opinioni o scelte politiche).

Prodi tocca il fondo per esempio quando, basito dopo il responso delle urne danesi il 28 settembre scorso (53% "sì", 47 "no"), improvvisa qualche risposta ai microfoni della TV italiana. Non è come quando, nel 1992, Copenaghen disse "no" (parziale) al Trattato di Maastricht. Allora si era in fase di costruzione e quella decisione incrinava l'intero edificio europeo. Oggi invece la questione è danese, tutta e puramente danese. Fatti loro. Il Prodi-pensiero suona così, ma a sentirlo scappa da ridere. Il referendum sull'euro indetto da uno Stato sovrano, ancorché membro dell'Unione Europea, è solo una questione di politica interna a quel Paese? E quali sarebbero allora le questioni d'interesse comune, le decisioni che pesano davvero sull'assetto dell'Unione, le scelte che condizionano in un senso o in un altro l'Europa dei 15? Significa forse che, votino come votino i cittadini europei sulle diverse questioni d'interesse generale (trattati, monete uniche, etc.), alla Commissione non interessa affatto e via spedita verso i propri traguardi sopra la testa della gente? Sembrerà populistico, ma, se il senso della reazione di Prodi è questo, chi lo spiega oggi ai danesi, ieri ai britannici, domani a chicchessia che il loro parere - sollecitato e richiesto in maniera formale attraverso le urne - per i manovratori dell'eurovaporetto conta meno di nulla?

Prodi raschia sempre il medesimo fondo del barile quando, sempre davanti alle telecamere della Rai, dimostra davvero di vivere su un altro pianeta: all'uscita dal vertice europeo di Biarritz è più felice che mai, anche se il progetto di una Costituzione europea - una delle priorità con l'ex Capo del governo italiano usa gettare fumo negli occhi - è appena stato sonoramente bocciato. La "famosa" Carta dei fondamentali della UE è stata approvata, ma resterà - come molte delle decisioni prese dall'aula parlamentare a mo' di semplice consiglio per i governi nazionali dei 15 - lettera morta. Meno male. (anche perché, gli esseri umani dei diritti inalienabili o li hanno da sé, da sempre, proprio in quanto persone, oppure non glieli può concedere mai, né per decreto, né a colpi di maggioranze, nessun consesso di saggi, nemmeno il più salomonico). Eppure, dal suo punto di vista, come fa Prodi - e con lui gli alfieri della melassa europeistica che tutto dovrebbe curare - a gioire? Come fa a sostenere pubblicamente che va tutto per il meglio?

Il 3 ottobre, subito dopo il referendum danese, nell'emiciclo di Strasburgo il presidente della CE ha avuto un moto di orgoglio e si è lanciato nell'ennesimo discorso iperbolico: se c'è stallo, la colpa è dei governi degli Stati membri della UE che spesso si accordano fra di loro senza avvisarlo. Indice puntato, insomma, contro quelle istituzioni nazionali che (l'Italia è sempre un caso a parte...) i cittadini eleggono democraticamente a scadenze fisse (salvo eccezioni) e osanna per la Commissione, non eletta.

Il punto è proprio questo. Ciò di cui la UE continua strutturalmente a difettare è la democrazia. L'era Prodi lo ribadisce enfaticamente proprio con il suo essere, rinnovando questa grave e pericolosa lacuna con una mano di colore. Grigio. Pochi mesi fa, certa stampa estera dava Prodi per bell'e spacciato ben prima della conclusione del suo mandato. Giochi di potere orditi nelle più o meno recondite stanze dei bottoni, si ripose. Può darsi, ma in cosa è brillata la presidenza Prodi? Solo nell'abile arte di barcamenarsi, assecondando la corrente. Senza mai decidere.

Per i danesi - torno all'importantissimo referendum del 28 settembre, già dimenticato dai più, ma in realtà autorevole indagine statistica, vero giudizio popolare sullo stato dell'Unione Europea -, entrare in Eurolandia significherebbe compiere un altro grande passo sulla strada iniziata nel 1973 con la Comunità Europea. Procedere sulla strada di quella integrazione che essi giudicano come perdita del senso nazionale e via verso l'omologazione. Ovvero, il contrario della vera democrazia in cui i soggetti principali sono i cittadini. Gli euroscettici rivendicano sempre a gran e alta voce la democrazia. A qualsiasi Paese essi appartengano. È uso - scorretto - bollare con l'insulto ogni critica all'Europa da tempo socialistica e oggi prodiana, ancora prima dell'espressione di qualsiasi positivo euroscetticismo o antieuropeismo: isolazionismo, intolleranza, xenofobia, talvolta addirittura razzismo. Ai danesi è capitato e capita spesso di sentirsi ripetere la filastrocca. Ma se la Destra è stata magna pars nell'indirizzare le urne danesi alla fine del mese scorso, il voto è stato grandemente trasversale.

Nella quinta eurolegislatura (1999-2004), la Danimarca conta 16 dei 625 deputati europei. Come la Finlandia: ne hanno meno solo l'Irlanda (15) e il Lussemburgo (6). L'Italia ne ha 87 come Gran Bretagna e Francia, superate solo dalla Germania con 98. Dei 16 eurodeputati danesi, la maggioranza sono i Liberali (6).

Il Folketing, la dieta del popolo - il Parlamento che sorge a Christiansborg, nel cuore di Copenaghen - è così composto dal 1998, data delle ultime elezioni politiche: 63 deputati Socialdemocratici (corrispondenti al 63 % dei suffragi), 42 Liberali (24%), 16 Conservatori (8,9%), 13 e 13 Socialisti (7,5%) e appartenenti della destra del Partito del Popolo Danese (Dansk Folkeparti, 7,4), 8 Centristi democratici (4,3), 7 Radicali social-liberali (3,9). Seguono una manciata di partitini, fra cui Verdi, progressisti di varia razza e piccole formazioni conservatrici o nazionaliste. In totale, i deputati sono 179, 175 eletti nella Danimarca vero nomine e due ciascuno per Groenlandia e Isole Faroe. Il governo del Primo Ministro socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen si regge su una coalizione fra appunto Socialdemocratici e Det Radikale Venstre, la Sinistra Radicale-Partito Social-Liberale.

Sono improvvisamente diventati tutti di destra in Danimarca oppure le analisi puramente ideologiche - come spesso accade - non rendono conto delle realtà di fatto? Sono i danesi, i cittadini europei a non poterne più dell'eurocrazia bruxellese. Per sopravvivere, non serve più temporeggiare. Occorre decisamente innovare, cambiare. Gli eurocrati che si riuniranno a Nizza all'inizio di dicembre terranno finalmente conto delle opinioni chiaramente espresse dai cittadini europei in questo autunno politicamente tanto caldo?

 

[Versione originale e completa dell'articolo pubblicato con il medesimo titolo

in Secolo d'Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno IL, n. 245, del 24-10-2000, p. 9 (Esteri)]

 

 

Europa in crisi/2

La Destra britannica tifa Danimarca

In Gran Bretagna, l'euroscetticismo è una certezza, per alcuni un credo; specialmente in Inghilterra. Non mancano quelli a cui l'Europa unita piace, ma sono pochi e timidi. Lo splendido isolamento è inglese quanto il Big Ben e i beefeater, i colbacchi di pelo d'orso delle guardie reali e la caccia alla volpe. Sterlina forte, materie prime, l'industria moderna è nata lì nell'Ottocento e il Commonwealth è un mercato enorme che, ben oltre i confini del Vecchio Continente, soddisfa le mire dei commercianti del Paese. E poi la Gran Bretagna è la culla della lingua franca mondiale per eccellenza, quell'inglese che si storpia un po' ovunque ma che si parla e si comprende in ogni angolo del globo.

Ufficiosamente e ufficialmente, per il referendum danese sull'euro celebrato il 28 settembre e vinto da chi vuole restare fuori della moneta unica europea si sono mobilitati anche molti inglesi. Oltremanica, le organizzazioni e i think tank antieuropeisti sono numerosi, preparati, addirittura agguerriti. Alcuni sono in grado di promuovere vere e proprie campagne di sensibilizzazione, e pure smottamenti di opinione. Fanno attività in patria, ma propaganda anche all'estero. Da buoni euroscettici, non sono affatto indifferenti a quanto avviene fuori di casa loro. L'Unione Europea, insomma, esiste e se diversi inglesi vogliono smantellarla o quantomeno ridurne il potere debbono per forza agire ovunque essa faccia sentire il proprio tallone sui cittadini. Intelligenza fra i nemici dell'Europa unita, federata e integrata, dunque, per riguadagnare ognuno la propria indipendenza. C'è chi ha pure investito denari abbondanti per affiancare, da indipendente, la recente campagna referendaria dei "no" danesi all'euro.

Questo tradizionale scetticismo inglese pesa del resto molto anche in politica. Persino la Sinistra non gioca apertamente da euroentusiasta, nemmeno i Laburisti. Il Primo Ministro Tony Blair è certamente il leader più europeista che abbiano conosciuto oltre la Manica, e anche ciò continua a non essere granché.

Negli Stati Uniti, la pena di morte è una argomento tabù che nessuno vuole toccare, figuriamoci nei momenti politico-elettorali caldi, giacché la stragrande maggioranza dei cittadini è favorevole (persino gli episodi del serial televisivo "Walker Texas Ranger" - in onda chez nous al sabato, in prima serata, su Italia 1 - la danno disinvoltamente come pena giusta e normale per i pluriomicidi accertati). Neanche Clinton si pronuncia pubblicamente contro di essa. In Gran Bretagna, soprattutto in Inghilterra, succede l'eguale contro le tematiche europee.

E se la Sinistra non piange per l'unità europea che perde colpi, la Destra certamente ride. Sono i Conservatori a interpretare al meglio l'euroscetticismo britannico. Sì, certo. Ma non dimentichiamo che anche nel mio partito esistono una destra e una sinistra. E non solo per quanto riguarda l'Europa". Charles Tannock, eurodeputato del Partito Conservatore e Unionista britannico (che a Bruxelles aderisce al Partito Popolare Europeo-Democratici Europei), esorta a non farsi illusioni. Lui appartiene decisamente all'ala destra dei Conservatori e sull'integrazione europea non ha dubbi. Nato ad Aldershot, ha compiuto quarantatré anni il 25 settembre scorso. Parla italiano perfettamente giacché da ragazzo ha vissuto e studiato a lungo nel nostro Paese. A Bruxelles si è guadagnato (e meritato) notorietà per aver difeso i Savoia: l'emiciclo - la Sinistra e i Liberali - ha sempre bocciato i suoi tentativi di ottenere un pronunciamento quantomeno suggestivo circa il ripristino dei diritti dei maschi Savoia, così come di quelli dei discendenti delle ex Case regnanti di Grecia e Austria, eppure non si arrende. In Europa è membro della Commissione per i problemi economici e monetari, e il caso danese lo interessa molto. Accolgo il suo consiglio: è una parte dei Conservatori a interpretare al meglio l'euroscetticismo britannico.

Assieme ai media e al mondo sindacale, certe Elite politiche hanno cercato di convincere i cittadini del fatto che l'euro è una mera questione economica, piuttosto formale. Ma i danesi hanno invece ben compreso che si tratta di una componente essenziale di un dibattito squisitamente politico e costituzionale. Il governo del premier socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen ha spaventato la gente annunciando un'impennata della disoccupazione e una crescita vertiginosa delle tasse, ma i danesi non sono caduti nel tranello. Hanno pronunciato forte e chiaro il proprio "no" alla costruzione di un Superstato federalista, in cui le sovranità nazionali e le identità dei popoli sono destinate a scomparire". Segnali che anche Londra non può ignorare. I Laburisti al governo debbono valutare bene quanto è successo in Danimarca", glossa Tannock. Il test danese rafforza i Conservatori. La nostra politica s'incentrerà soprattutto sulla difesa della sterlina contro l'euro e sulla battaglia contro l'omologazione europeista. Tony Blair vuole un referendum come quello danese...". Quando? Circa un anno dopo le elezioni politiche". Che saranno? Nulla di certo ancora, ma probabilmente a maggio". E se invece vincessero i Conservatori? Nessun referendum. Sappiamo bene come la pensano gl'inglesi. Lasceremo gli altri giocare con un euro sempre più debole e perdente". Parole che per molti sono musica e che potrebbero catalizzare sui Conservatori l'attenzione di diversi elettori della Sinistra britannica. Non c'è dubbio: il "caso danese" tiene ancora banco. Almeno per chi ha orecchie per sentire.

 

[Versione originale e completa dell'articolo pubblicato

con il titolo La Destra inglese non ha esitazioni: tifo appassionato per la Danimarca

in Secolo d'Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno IL, n. 246, del 25-10-2000, p. 11 (Esteri)]

 

 

Europa in crisi/3

Il crollo dell'euro? Chiedetelo alle Sinistre

La legge di riforma fiscale varata a luglio in Germania non ha fermato, come sperato, il calo dell'economia nazionale registrato in giugno e per tutto agosto le previsioni sulla crescita della maggior economia europea, stilate dall'Ifo-Institut für Wirtschaftsforschung di Monaco di Baviera, sono state tutt'altro che rosee. Per alcuni commentatori i dati resi noti da quell'istituto di ricerca hanno indebolito ulteriormente il già affranto euro, per altri sono stati solo allarmismi gratuiti.

Un sondaggio realizzato dal quotidiano Handelsblatt mentre iniziava il rovinoso calo dell'euro ha rivelato il persistente ottimismo dell'industria tedesca, fiduciosa di una pronta ripresa. Se per la Deutsche Bank il tasso della crescita economica europea salirà al 4% nel 2001, le stime prevedono invece dati rivelatori di uno sviluppo fortemente inferiore a quello a suo tempo previsto per l'anno attualmente in corso: una media del 3.05%, con un massimo del 3.2 e un minimo del 2.8. Se i più ottimisti contano sulla debolezza dell'euro che, se non altro a breve a termine, favorirà le esportazioni e quindi la crescita generale delle economie dell'Unione Europea (UE), i dati della Bundesbank sui costi delle importazioni di Eurolandia che in aprile e in maggio hanno fatto un salto del 20% li smentiscono. L'aumento del prezzo del greggio ha certamente fatto, e ancora continua a fare, la sua parte, ma che dal 1 gennaio di quest'anno a metà agosto l'euro abbia perso il 23% del proprio valore contro dollaro ha sicuramente aggravato il quadro. Se il suo direttore Ernst Welteke insiste nell'invitare i governi dalla UE a operare quelle riforme strutturali che rafforzerebbero l'euro - armonizzazione fiscale, coordinamento delle politiche di bilancio e liberalizzazione dei mercati del lavoro -, la Bundesbank assicura che entro fine anno nessuna crescita invertirà il trend al ribasso dell'euro data l'impossibilità, nonostante le previsioni della Banca Centrale Europea (BCE), di raggiungere gli standard degli Stati Uniti. Impossibilità, viene da aggiungere, che nell'Europa rosa delle "terze vie" e degli "ulivismi" è strutturale e destinata a spingersi ben oltre il 31 dicembre 2000.

Del resto, dicono i tedeschi, il prossimo ingresso della Grecia nell'euro (il dodicesimo Paese e farlo, il 1 gennaio prossimo, mentre ne restano fuori Gran Bretagna, Svezia e Danimarca) peggiorerà ancora di più l'immagine pubblica della moneta unica. La verità, però - almeno per "The European Foundation" (EF) di Londra -, sembra risiedere altrove: lo stato precario in cui versano i bilanci delle maggiori potenze economiche europee non è infatti un mistero per nessuno - afferma il think tank "eurorealista" d'Oltremanica - e questo perché nel 1998 non sono stati rispettati i criteri di convergenza.

Intervistato due giorni prima che la BCE decidesse di aumentare i tassi d'interesse dello 0,25%, Rudi Dornbusch, docente di Economia al Massachusetts Institute of Technology di Boston, ha dichiarato al Frankfurter Allgemeine Zeitung del 30 agosto che se l'euro fosse sceso sotto i 90 centesimi contro dollaro, come poi ha abbondantemente fatto, l'inflazione avrebbe trasformato la sua caduta in una rovinosa frana. Profetico: in tutti i Paesi della UE, l'inflazione è al di sopra del tasso tollerato del 2% e l'euro scende rapidamente. Per il docente del MIT, che giudica l'istituto centrale di credito europeo decisamente non credibile, l'assistenzialismo che affligge l'Europa costringerà la BCE al continuo rialzo dei tassi e quindi addio crescita economica. Sotto accusa è ancora una volta la socialdemocrazia.

Sul fronte britannico, intanto, tornano a levarsi le voci di chi contesta l'equazione "sterlina forte" e "industria nazionale severamente penalizzata". In realtà, dicono sul Tamigi, il pound è attualmente considerato debole e solo l'euro lo batte. Curioso - afferma EF -, che oggi si stigmatizzino i pericoli di una moneta nazionale forte dopo che per anni, e fino all'attuale rumoroso crollo dell'euro, si è ripetuto che per l'economia britannica le uniche soluzioni possibili erano una moneta di alto profilo sui mercati esteri, tassi d'interesse forti e inflazione bassa sul modello di quel marco che la maggioranza dei tedeschi oggi preferisce decisamente all'euro. Chi non sa quali pesci pigliare, credo di poter risolvere i problemi procrastinandoli o evocando prospettive future ancora più faraoniche. La Commissione Prodi lo fa di mestiere.

 

[Versione originale e completa dell'articolo pubblicato con il medesimo titolo

in Secolo d'Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno IL, n. 247, del 26-10-2000, p. 10 (Esteri)]

 

 

Europa in crisi/4

Tocca alla Polonia pagare il contro degli errori dei socialismi

 

Qualche giorno prima del referendum sull'ingresso della Danimarca nell'euro, celebrato il 28 settembre, un funzionario parlamentare - una persona, cioè, della "base", ma con una certa finezza tecnica nell'osservazione della vita della cosa pubblica del Paese nordeuropeo - mi confidava, allarmato e a denti stretti al telefono: "si" stanno guadagnando terreno...". Già nella seconda metà di agosto, un opinion poll realizzato dall'Agenzia Reuters prevedeva la vittoria finale dei "sì" con il 51% dei suffragi. Di misura, ma pure sempre una vittoria. Intanto in Merrill Lynch ci si agitava: il successo dei "no" avrebbe potuto mettere in stallo l'intero processo di ampliamento a est dell'Unione Europea (UE). In realtà, numerosi e di ben altra natura sono gli spettri dell'allargamento.

Secondo il tedesco Die Welt, per esempio, il governo di Varsavia comincia a dare forti segni d'inquietudine quanto alla data d'ingresso della Polonia nella UE: indietreggia - dicono a Varsavia - ogni volta che ci si muove per avvicinarla; proprio come la linea dell'orizzonte.

Adeguarsi ai parametri comunitari di salvaguardia dell'ambiente, del resto, costerà alla Polonia una cifra stimata attorno ai 63.700 miliardi di lire. Così ha decretato l'Europa. Gli osservatori internazionali rilevano come questa cifra gigantesca sia trenta volte più grande della somma di denaro che il presidente americano Bill Clinton ha deciso di riversare nelle casse della Colombia. Per le sole forniture d'acqua, Varsavia dovrà spendere qualcosa come 19.110 miliardi di lire. Altri 25.480 miliardi dovranno essere poi impiegati per la prevenzione dell'inquinamento. Come la Polonia possa mai permettersi tutto questo, resta un mistero assoluto. Bruxelles ha assicurato che la UE si accollerà parte di questi costi, ma non manca chi, a fronte di somme tanto colossali, interpreta questa dimostrazione di disponibilità solo come un astuto escamotage mirante a procrastinare una volta in più proprio l'allargamento a est e gli evidenti squilibri che comporterà. Ci vorrà del tempo, cioè, perché l'Unione reperisca fondi tanti ingenti. Né si possono aprioristicamente escludere malumori e scontenti da parte degli Stati membri attuali e futuri o dimenticare i cittadini e i governi nazionali che, in ultima istanza, nonostante lo sprezzo di Romano Prodi, sono quelli che a fine mese pagano i conti europei.

La UE sembra insomma costare davvero cara alla Polonia, che già si sente fortemente penalizzata nel settore agricolo. Passi concreti sulla strada dell'armonizzazione fra interessi nazionali polacchi e politica agricola comunitaria per il momento non se ne vedono e le tensioni si fanno molto concrete.

Questa estate, il tribunale regionale di Slubice, nella parte occidentale del Paese, ha spiccato mandato di arresto contro Andrzej Lepper, leader del sindacato dei contadini facente capo al draconiano e antieuropeista PS, "Alleanza per l'Auto-Difesa". Ex comunista, Lepper ha fondato il PS nel 1992. The Washington Post lo ha definito un ultranazionalista e sul web il suo nome compare fra quello degli xenofobi polacchi. Bollando come ultrazelante" la decisione del tribunale che lo ha condannato, a botta calda Lepper ha giudicato la sentenza una palese Interferenza" con la sua candidatura alla presidenza della Repubblica, per esprimere la quale i polacchi sono stati di recente chiamati alle urne (per la cronaca, è stato riconfermato l'uscente Alexandr Kwasniewski, postcomunista).

Lepper sarà pure un estremista, ma identica sorte è toccata al più moderato Roman Wierzbicki, capo del sindacato dei contadini di "Solidarnosc". La decisione della corte di giustizia nei confronti dei due sindacalisti è giunta dopo che i due hanno ripetutamente disertato le udienze del processo intentato contro di loro per il blocco della dogana di Swiecko, compiuto da rappresentanze dei contadini all'inizio dell'anno scorso. La protesta degli agricoltori polacchi si dirige soprattutto contro l'importazione nel Paese di prodotti agricoli venduti sotto costo dalla UE, che - essi affermano - nega ai produttori locali i livelli minimi di sopravvivenza sul mercato.

Varsavia sarà anche vicina ai parametri economici richiesti per il suo ingresso nella UE, come ha affermato il 6 ottobre il premier britannico Tony Blair in visita nella capitale polacca, annunciando la provabile data del 2003. Ma l'impressione è che se ciò è vero (si attende infatti il responso definitivo della Commissione Europea), in quel Paese si deve aver letteralmente sputato sangue. Per colmare i buchi enormi lasciati - i problemi ambientali polacchi, così come quelli di tutto l'Est europeo, sorgono qui - da regimi assurdi e disumani che, proprio in spregio alla vita dei cittadini da loro vessati, non ha mai considerato la tutela dell'habitat e le più elementari norme di sicurezza un bene su cui investire. Cornuti prima e mazziati poi, insomma.

Dalla Danimarca all'Italia, dalla Germania alla Gran Bretagna molti oggi s'interrogano su quali siano i reali vantaggi che l'Unione Europea comporta per i cittadini. Figuriamoci chi - la Polonia - nella UE deve ancora entrare. E quasi per forza: se dentro infatti si sta stretti, fuori è da pària.

Marco Respinti

 

[Versione originale e completa dell'articolo pubblicato con il medesimo titolo

in Secolo d'Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno IL, n. 248, del 27-10-2000, p. 8 (Esteri)]