Chi fermerà la Guerra Santa in Terra Santa?

Il conflitto israelo-palestinese e le implicazioni internazionali della crisi del Vicino Oriente – nonché la quasi impossibilità di una soluzione non tanto di pace quanto di tregua – sono state approfondite dalla rivista di geopolitica Limes nel n°2/2002, dal significativo titolo “Guerra Santa in Terra Santa“. Nell’editoriale Lucio Caracciolo ricorda che palestinesi e israeliani sono convinti di lottare per la sopravvivenza fisica e che quindi nell’ora di una battaglia, vissuta come “ultimativa”, non ci si preoccupa di mezzi  che oltrepassano ogni limite – quali gli attentati suicidi tra la folla o i bombardamenti delle case coi civili dentro – ma conta il risultato “mors tua vita mea”. Solo se si riuscirà ad innescare una logica di rispetto ed interesse reciproco “per la vita”, dice Caracciolo, si potrà forse arrivare ad un minimo di intesa ma i margini sono ristrettissimi. Per la maggioranza dei palestinesi le stragi dei cosiddetti shahid sono “legittima difesa contro l’occupante sionista”; per Sharon – appoggiato da gran parte degli israeliani – gli edifici dell’ANP la traballante “Autorità Nazionale” guidata da Arafat, sono “infrastrutture del terrorismo” e chi ci sta dentro è colluso cogli attentatori. Gli spiragli e il tempo dunque sono asfissiantemente angusti per trovare qualcosa che possa avvicinarsi ad una “pace” che non faccia della Terra Santa un immenso cimitero. Ma l’odio è difficile da estirpare, Antonella Caruso in “La Palestina di Hamas sorgerà sulle ceneri di Israele”, documenta come la maggior organizzazione dell'islamismo palestinese persegue la totale distruzione dello Stato ebraico attraverso il braccio armato le “Brigate Ezzedin al Quassam”;  eppure furono proprio gli israeliani a favorirne la crescita, negli anni 1980-’90 per dividere il fronte nemico e indebolire l’OLP di Arafat. E così Hamas si è potentemente strutturata con miriadi di iniziative caritatevoli e di solidarietà sociale oltre ad serbatoio del terrorismo. “L'accordo di pace esiste già: ma chi lo firmerà?” si chiede Wlodek Goldkorn ricordando che a Taba, nel gennaio 2001 era stata trovata l'intesa fra israeliani e palestinesi, saltata per le difficoltà politiche di Barak e la diffidenza di Arafat. Solo ridando voce alle élite palestinesi di Cisgiordania molto meno fondamentaliste di altri gruppi da un lato, bloccando lo spadroneggiare dei coloni sionisti-religiosi dall’altro, potrà esserci un nuovo negoziato.

Articolo uscito su IL QUOTIDIANO della Calabria pagina 52 “Cultura”
Anno 8 n° 166 mercoledì 19 giugno 2002
con lo stesso titolo