Rossano palestra di vita

Il prof. Franco De Luca relaziona sul quadro storico dei complessi avvenimenti del 1799

Rossano(CS). A Rossano nella palestra dell'ITIS, oltre 200 studenti delle ultime classi del Liceo Scientifico e del Tecnico-Industriale stesso, hanno partecipato all'incontro di approfondimento organizzato dal preside Giovanni Labonia e dal corpo docente dello Scientifico sulle vicende del 1799 nel Regno di Napoli, comprese fra invasione francese, proclamazione della Repubblica da parte dei giacobini napoletani ed Insorgenza popolare. L'approfondimento delle questioni storiche e sociali, ancor oggi rilevanti, sollevate dalle celebrazioni del bicentenario di quegli eventi, è stato affidato al coordinamento del prof. Franco De Luca ed agli interventi del preside Gennaro Mercogliano, che ha tratteggiato in particolare la figura di Eleonora Pimentel Fonseca ed il suo contributo alla Repubblica Napoletana, e del prof. Salvatore Calasso - ricercatore ospite dell'Istituto Internazionale di politica e filosofia dell'Università di Friburgo (Svizzera), corrispondente dell'ISIN, l'Istituto per la Storia delle Insorgenze -, che ha approfondito le vicende del 1799 nel Sud quali eventi inseriti nella guerra civile europea dell'epoca.

Il prof. Franco De Luca ha brevemente ma efficacemente chiarito ai ragazzi il quadro storico dei complessi avvenimenti del 1799, le sue cause remote e prossime ed anche lo "scontro'' fra opposte interpretazioni - filogiacobina e filosanfedista, su quel che è accaduto -, che ancor oggi si "danno battaglia'' e che, comunque, sono una delle cause del rinnovato (e inusuale va detto), interesse per fatti storici ormai apparentemente remoti. Tuttavia il prof. De Luca ha rilevato che, purtroppo, nei testi in uso, solo pochi ed approssimativi cenni vengono dedicati al "Triennio Giacobino'' 1796-1799 ed alle imponenti Insorgenze popolari che l'invasione dell'Armata del giovane generale Napoleone Bonaparte provocò. Nulla si dice della disperata ed eroica resistenza degli italiani -- prudenti e molto ridotte stime dei generali francesi calcolano in circa 100 mila i morti causati dalle feroci repressioni franco-giacobine ed in 300 mila gli "insorgenti '' --, ed in particolare nulla del coraggio e del senso civico dei meridionali che si sacrificarono in massa prima per difendere la capitale Napoli ("lazzari'' e "luciani'' ebbero circa 6 mila morti in soli 3 giorni nel gennaio 1799, lo stesso generale Jean Etienne Championnet, comandante degli invasori, lodò la loro tenacia) e poi per liberare i territori occupati, arruolandosi volontariamente nell'Armata Cristiana e Reale della Santa Fede organizzata dal cardinale Fabrizio Ruffo, che arrivò a contare oltre 22 mila uomini fra civili e soldati sbandati dell'esercito borbonico. Stereotipi e luoghi comuni sulla viltà o ignavia dei meridionali, vengono così smentiti dalla semplice rievocazione dei fatti, così come - ha concluso il prof. De Luca -, quelli relativi alla presunta "bontà'' del potere repubblicano-giacobino rispetto alla ferocia di quello borbonico. Ben 1563 condanne a morte "ufficiali e legali'' emise la Repubblica contro dissidenti ed oppositori, senza considerare i morti, incalcolabili, provocati dalle tremende rappresaglie specie nelle campagne insorte in difesa della Religione Cristiana e delle istituzioni tradizionali.

Il preside Mercogliano ha esaltato il ruolo della Pimentel quale esponente di punta del mondo intellettuale che fece la rivoluzione e la Repubblica nel Meridione, con l'ansia di riscattare il destino del popolo da una condizione di inferiorità. Pensando di instaurare un governo diverso rispetto alla tirannia monarchica dei Borbone come essi dicevano. Mercogliano ha anche rievocato la tragica fine dei capi della Repubblica - definiti "martiri'' - giustiziati dalla repressione borbonica dopo la riconquista del Regno nel luglio 1799.

Il prof. Salvatore Calasso - riprendendo anche le acquisizioni della ricerca storica dell'ISIN - ha scandagliato aspetti complessivi ed antecedenti della lotta fra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, collegandoli alla grande storia europea. La storiografia ufficiale, ci fa vedere la storia d'Europa come "conflitto fra nazioni'' dando interpretazioni settoriali, limitando le considerazioni a delucidazioni marginali della complessità sociale, economica, religiosa, ideologica. si deve guardare, soprattutto oggi che si va verso un superamento dello stato nazionale e un'integrazione più stretta del continente, alla storia europea come fattore unitario, come un'unica, non tanto nazione, quanto civiltà. Che ha avuto un'incarnazione nel Sacro Romano Impero, durato dall'800 al 1806, quindi ben 1000 anni, permeato da una certa idea d'Europa.

Intendendola come civiltà continentale possiamo così vedere che, nel 1789 con la Rivoluzione in Francia, si ha l'inizio di uno scontro all'interno di questa civiltà, fra contrapposte visioni del mondo. Una, per brevità detta "tradizionale'', che si rifà ai princìpi del diritto naturale, a residui importanti di classicità greca e romana, naturalmente al Cristianesimo e che ha come fulcro famiglia, corpi intermedi, municipi, comunità cittadine, infine lo stato e poi l'impero. Una società gerarchica che si organizza però "dal basso'' e da sola, in cui il potere politico - specie quello "centrale''- è uno fra tanti, è solo una parte della società. Con la Rivoluzione il discorso è radicalmente diverso. Una concezione che nasce col cosiddetto contratto sociale in cui individui singoli, si affidano ad un contratto, per dei motivi che ogni autore vede in modo diverso (ma che si può esemplificare nell'homo homini lupus di Thomas Hobbes per la maggioranza), in cui si dà allo stato, al potere, il compito di organizzare la società. Lo stato che, dall'alto, modella la società a seconda dei suoi interessi e con un principio "razionale'', con una costruzione ideologica del reale. Non è la realtà che si autoorganizza ma è l'ideologia che a tavolino, astrattamente, pensa per tutti e organizza la vita di tutti, secondo appunto un modello "quasi matematico''. Un'evidente impostazione totalitaria, livellatrice, che non tien conto di interessi, aspirazioni ideali ed identità di persone e comunità. In fondo quel che fanno i giacobini napoletani, è di applicare in maniera "meccanica'' (perchè nel '700 si aveva un'idea meccanicistica dell'uomo) quel che la "madre Francia'' aveva già realizzato. Senza tener conto delle differenze fra popoli, condizioni socio-economiche, geopolitiche, territoriali. Così abbiamo la sostituzione del calendario "giuliano'' (in uso normale anche oggi), con quello rivoluzionario, la decade al posto della settimana, i nomi di mesi e giorni cambiati (brumaio, ventoso ecc.), la datazione degli anni, persino, a partire dalla Costituzione francese detta "dell'Anno Secondo" quindi dal 1795. Un'impostazione del tempo fondata sul numero 10 ritenuto razionale dai rivoluzionari, una specie di numero perfetto. La stessa cosa avviene a livello di istituzioni e non della "forma'' statale, monarchica o repubblicana, perchè com'è noto esistevano tante repubbliche nell'Ancién regime (Venezia, Genova, Ragusa), ma delle province sostituite da "dipartimenti e cantoni'', altra riproposizione copiata alla Francia. Con errori grossolani di geografia che fanno capire quanto quest'idea di astrattezza accechi questi intellettuali; con dipartimenti che hanno il capoluogo nel territorio di un altro, tanto per dire. Tentativo dunque di riplasmare anche la realtà fisica secondo canoni che non ne fanno parte. E, soprattutto l'idea di riplasmare l'uomo in cittadino secondo le "virtù repubblicane''. In termini moderni potremmo tradurre laicistiche, fancendo venir meno l'intima essenza della realtà della nazione napoletana che era intessuta di fede religiosa.

Così i giacobini vanno contro la realtà che è ben diversa dall'imagine ideale. E per modificare la realtà che non corrispondeva allo schema prefigurato dagli ideologi, si deve fare qualcosa. Ed ecco il terrore giacobino, attuato per imporre forzatamente, anche l'istruzione dev'essere imposta ai riottosi che vanno "rieducati'' come essi scrivono. E la Pimentel era paladina di questi metodi coercitivi: tramite il Monitore napoletano veicolava quest'impostazione culturale per riformare il popolo che non capiva. Anche sulla "democrazia" bisogna intendersi e rifarsi al contratto sociale, ha precisato il prof. Calasso: "La democrazia rappresenta la volontà del popolo: dove risiede tale "volontà''? nei rappresentanti, perchè una volta che il popolo ha votato, si trasferisce logicamente nei rappresentanti. Ma quando il popolo, per tradizione, per usi e costumi, civici e sociali consolidati, non accetta qualcosa che i famosi rappresentanti vogliono fare, che succede? E, nel caso di cui ci occupiamo, coi repubblicani napoletani che si erano autonominati (con l'escamotage che le contingenze storiche non avevano consentito al popolo di scegliere) come la mettiamo? Che chi ha torto è il ribelle alla volontà dei rappresentanti. Un bell'esempio di logica, di libertà e democrazia. Anche perchè si badi, il dissidente o l'oppositore, diventava "nemico del popolo'', anzi dell'umanità, corrotto da chissà quali turpi vizi (perchè contro i partigiani della "Virtù''), sospinto dunque ai margini non solo del gioco politico ma della stessa comunità". D'altronde, i termini usati dal celebrato Mario Pagano nelle bozze di costituzione preparate, parlano chiaro: "...plebe ignorante, morbo da estirpare, aristocratici rinnegati...", un linguaggio da pulizia ideologico-medica che fa impressione, che prelude allo sterminio senza pietà di chi si permetteva di non esser d'accordo con soggetti che, in fondo, erano al potere perchè cannoni e baionette francesi li avevano messi lì. La volontà della nazione è "nei'' sui rappresentanti, dunque ciò che contrasta va eliminato...

 

Articolo apparso su IL CORRIERE DEL SUD n 3 anno IX