Una rilettura dell'invasione francese della Calabria nel 1799

"Un'iniziativa del genere deve rispondere soprattutto ad un'esigenza di chiarificazione storica e poi ad un doveroso atto di pietas, di rispetto della memoria di quanti hanno combattuto o hanno semplicemente rifiutato le imposizioni di francesi e giacobini locali e sono stati perseguitati e spesso assassinati, solo per non aver rinnegato gli ideali di patria e religione. Attenzione dunque verso i più umili, quei "piccoli" di cui parla Giovanni Paolo II, quei contadini e cittadini che apparentemente non hanno fatto la storia perché, secondo la versione di Croce, la storia sarebbe solo quella propria degli intellettuali". Nelle parole di Francesco Pappalardo sono racchiuse le motivazioni profonde che hanno portato le associazioni "Il Seme" e "Joseph de Maistre", col patrocinio del comune di Corigliano e la consulenza storiografica dell'isin (Istituto per la Storia delle Insorgenze) a promuovere un convegno su "1799: invasione francese e Insorgenza popolare sanfedista". All'incontro (nello scenario dello storico Castello Ducale del centro ionico in provincia di Cosenza, teatro di vicende legate proprio al 1799), coordinato dal giornalista Pieremilio Acri, dopo i saluti del sindaco Giuseppe Geraci e l'introduzione dell'assessore alla P. I. Tommaso Mingrone, si è cercato di mettere a fuoco aspetti e momenti trascurati dalla storiografia ufficiale, di comprendere cosa accadde realmente fra gennaio e giugno di 200 anni fa. Perché contro il più potente esercito dell'epoca che invase il Regno di Napoli, insorsero prima "lazzari e luciani" che lottarono per 3 giorni subendo migliaia di morti per impedire ai francesi di entrare nella capitale e poi tutti gli altri meridionali, in primis calabresi, pugliesi ed abruzzesi, tanto che il card. Ruffo arrivò ad arruolare ben 22.000 volontari.

Sui vari aspetti storico-sociali sono intervenuti don Vincenzo Longo presidente de "Il Seme" tratteggiando l'ambiente storico-sociologico della seconda metà del '700, Francesco Pappalardo autore di numerosi studi in materia, che ha approfondito le vicende del 1799 nel Meridione fra Repubblica giacobina e Sanfedismo, mentre Giovanni Ruffo ha rievocato, in una chiave particolare e quasi sempre ignorata, quella di statista di livello europeo di cui la Calabria dovrebbe andar fiera, il suo avo cardinale fabrizio ruffo. Infine oscar sanguinetti, direttore dell'Isin - che svolge organicamente un lavoro di recupero di "giacimenti culturali", di memorie delle piccole patrie, delle microcomunità, che sono insorte in tutt'Italia fra il 1796 ed il 1815 - ha analizzato gli studi e le ricerche storiografiche sul tema; rimarcando come si perpetui l'interpretazione ideologica e quindi faziosa di quegli eventi, condita da massicce dosi di retorica stucchevole. Il tutto impedisce una chiara comprensione della realtà dei fatti -la frattura tra popolo ed intellettuali, il "trasformismo" di gran parte dei ceti privilegiati, l'ampiezza delle rivolte "pro aris e focis" che coinvolsero centinaia di migliaia di italiani- bloccando quel necessario cammino di recupero di una memoria storica condivisa di tutti gli eventi che hanno interessato il Paese. Ma come si può ricostruire un "comune sentire" da "connazionali" se ancora si nega che gli insorgenti caduti furono oltre 60 mila (secondo prudenti stime di generali francesi) e che si combattè una duplice guerra: di liberazione contro gli invasori e civile fra i pochi "giacobini collaborazionisti" e quasi l'intero popolo della Penisola?

 

Articolo apparso su 7 GIORNI 7 n 1 anno I 8 dicembre 1999