La sfida della convivenza degli arabi cristiani

 

Si dice "arabo" e, normalmente, si pensa a "musulmano". Eppure non è così, anche se il Medio Oriente non è più quello della forte presenza cristiana del passato, né l’Africa Settentrionale è quella romanizzata affidata alle cure spirituali e pastorali dei circa cinquecento vescovi presenti sul territorio all’epoca di sant’Agostino d’Ippona.

Quando, ai tempi della Guerra del Golfo, le cancellerie e le sedi di mediazione internazionale si adoperarono per evitare lo scontro armato e, nel limite del possibile, per non deludere in maniera proditoria le "ragioni" dei due contendenti — da un lato il governo di Baghdad, dall’altro la coalizione armata delle Nazioni Unite guidata da Washington —, era come se nel mezzo non esistesse nessun altro soggetto vivo e attivo: né la popolazione irakena — che fra regime social-nazionalista del Baath guidato da Saddam Hussein e task force arabo-siriano-euro-statunitense fu quella che patì le ingiurie peggiori di una guerra più che sanguinosa —, né le "piccole Chiese" del Medio Oriente, a cui i due colossi avrebbero fatto pagar cara qualunque presa di posizione. Alla Chiesa cristiana irakena, guidata coraggiosamente da mons. Raphael Bidawid, non pensò né pensa nessuno degli organismi internazionali: lo fece e lo fa solo Papa Giovanni Paolo II.

La vita dei cristiani mediorientali e nordafricani è più o meno tutta così, ma nel Maghreb, dove la presenza cristiana è venuta sempre più assottigliandosi nel corso della seconda metà del Novecento, la situazione è particolarmente difficile.

Significativa dunque la testimonianza portata qualche giorno fa da mons. Fouad Twal, arcivescovo di Tunisi, invitato dal Centro Culturale di Milano a svolgere nel capoluogo lombardo qualche riflessione sulla presenza e sulla spiritualità cristiana in un ambito arabo-musulmano. Nato a Madaba, in Palestina, nel 1940, mons. Twal è stato ordinato sacerdote del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini il 29 giugno 1966 e, consacrato vescovo il 22 luglio 1992, guida ora la Chiesa di Tunisia. L’arcivescovo definisce la propria missione una "bella e santa causa". A Tunisi vi sono 17 scuole che raccolgono circa 6.000 alunni musulmani: inserendosi nel tessuto sociale della nazione non come estranei ma da protagonisti, da cittadini a pieno titolo, i cristiani di Tunisi testimoniano la propria fedeltà totale al Vangelo. "Se non vi fosse la possibilità di avere dei religiosi nel corpo docente — dice il presule —, tanto varrebbe cedere completamente il passo alla compagine pubblica affinché gestisca da sé l’istruzione e l’educazione". "La nostra è una condizione relativamente tranquilla", dice però mons. Twal con la serenità dei forti. Da quando i cristiani europei hanno lasciato il Marocco e l’Algeria oggi sconvolta dalla guerra civile strisciante, la Chiesa locale è ridotta ai minimi termini e alla quasi totale assenza di strutture. La diocesi di Tunisi — anche grazie all’arcivescovo Twal — è invece in ripresa.

Cogente è il confronto con l’islam, diviso fra moderazione e "islamismo". Fra i musulmani moderati sia europei che tunisini, i quali rifiutano l’identificazione con il "fondamentalismo" (espressione di suo fuorviante e offensiva), stanno sorgendo diverse correnti di "libero pensiero". "Spesso però — spiega il prelato — i suoi rappresentanti assumono tout court categorie di pensiero laicista occidentale, ovvero un’idea di tolleranza in cui tutto è uguale e una concezione di "modernità" intesa come laicismo indifferente. E anche se in Occidente vengono ricevuti con molta ufficialità, fanno capo solo a se stessi".

Quanto agli "islamisti", invece, mons. Twal afferma: "L’islam si presenta come un insieme di Stato, civiltà, cultura e società, che trova espressione nel concetto di din-wa-dawla. L’ "islamismo" è l’islam politico, portatore di un progetto di società mirante all’istituzione di uno Stato teocratico fondato sulla sharia, l’unica legge legittima poiché divina e rivelata nel Corano e nella Sunna, una legge che ha risposte per tutto". I cosiddetti "fondamentalisti" sono in certa misura il prodotto dell’innesto politico-culturale di idee desunte dal nazionalismo europeo di stampo ottocentesco e di concezioni in qualche modo derivate dalla mentalità modernista su un corpo dottrinale più tradizionale. Questo fenomeno culturale e politico tipicamente novecentesco è quello con cui si è peraltro soliti identificare la presenza musulmana in Occidente (spesso con fin troppa voglia di rimettere tutto al prefetto di polizia, senza minimamente sforzarsi di osservare la realtà in tutta l’articolata complessità dei suoi fattori) o giudicare le immagini mostrate dalle televisioni del mondo. Tant’è che — dicono gli esperti per esempio del PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabo-Islamici di Roma —, essendo l’islam tradizionale una realtà piuttosto refrattaria alle strutture organizzate, chi si presenta in sede di dibattito o di trattativa a nome di questa o di quella realtà musulmana spesso rappresenta più il modernismo nazionalistico "fondamentalista" da cui l’Occidente vuole rifuggire che non la "moderazione".

Sarebbe fuorviante, però, immaginare una religione musulmana di cui l’ "islamismo" fosse solo una degenerazione. Mons. Twal ricorda che "la jihad non è un aspetto marginale e accessorio dell’islam, costituendo invece uno dei cinque obblighi del credente. È vero che si è voluto interpretare questo termine in modo riduttivo, come se la jihad fosse solamente il combattimento spirituale interiore volto a domare le passioni e gli istinti, oppure, in senso più moderno, come lotta per lo sviluppo e per la giustizia. Eppure i testi sono chiari: si tratta, né più né meno, di una lotta armata". L’ "islamismo", l’islam politico, non è dunque una caricatura, né un’eresia aberrante dell’ortodossia islamica classica. "È — aggiunge l’arcivescovo di Tunisi — una possibile lettura dell’islam, che presenta caratteristiche di perfetta conseguenzialità e fedeltà a se stesso".

Il cristiano si distingue per l’amore portato a tutti anche agli stranieri, "anche al nemico che ci fa del male. Ma — osserva il prelato — amare non significa rinunciare ai propri diritti. In nessun dizionario "amare" significa rinunciare alla propria fede o cedere sull’una o sull’altra verità di fede". Il suo pensiero corre anche all’agiato Nord del mondo. "L’Occidente ha estromesso Dio dalla società, dalle scuole, dalle feste nazionali, dai discorsi della politica; il risveglio islamico contemporaneo ha dunque buon gioco nel denunciare l’atesimo e il materialismo della tecnologia moderna". I cristiani arabi vivono una situazione da "Settimana Santa continua", ma sono un "piccolo gregge" che però non retrocede: "La salvezza del cristiano e la fedeltà alla sua vocazione nell’ambiente in cui si trova, sia questo l’Europa, l’Africa Settentrionale o il Medio Oriente, dipendono da una vita spirituale profonda. Non è solo combattendo su basi umane come la rivendicazione di diritti che il cristiano potrà sopravvivere, né solo mescolando carte e religioni. Tanto più che l’Occidente non è più "l’Occidente cristiano", dunque che non si disturba molto per la sorte delle minoranze cristiane in terra islamica!" La sfida della convivenza, un fattore chiave per gli equilibri dell’area mediterranea, necessita di uomini forti, di capacità di discernimento e di solidarietà.

Marco Respinti

mimir@iol.it

 

[Articolo comparso con il medesimo titolo

in © Secolo d’Italia, anno XLVII, n. 119, del 23-5-1998, p. 7]