"La Storia di Gesù" di Charles Dickens

A cura di Marco Respinti

Piero Gribaudi Editore (Milano) 1997, pag. 80, L. 10.000

 

"Miei cari ragazzi, sono molto ansioso di farvi conoscere qualcosa della Storia di Gesù Cristo, perchè tutti dovrebbero sapere di lui. Mai è esistito qualcuno tanto buono, gentile e mite, e che tanto si dispiacque per tutti coloro che avessero compiuto il male, o che in qualche modo soffrissero o fossero infelici, come egli lo fu. E dato che ora egli è in Cielo - il luogo dove speriamo di andare per incontrarci tutti dopo la morte e lì essere sempre felici assieme -, non potete immaginare quale bel luogo sia senza conoscere chi fosse e cosa abbia fatto".

Così inizia The Life of Our Lord, l’ultima delle opere pubblicate di Charles Dickens (1812 - 1870), uscita per la prima volta a puntate nel 1934 e riedita l’anno scorso in Italia, con traduzione ed introduzione di Marco Respinti, per i tipi della Piero Gribaudi Editore di Milano.

Leggendo La Storia di Gesù si ha l’impressione, fin dalla prima pagina, di trovarsi di fronte alle righe meno conosciute (e forse, proprio per questo, più preziose) del grande romanziere inglese. "Oltre certo sentimentalismo religioso e certo utopismo tipicamente ottocentesco (...) pur presenti anche in pagine famose dello scrittore - o nell’interpretazione corrente che di esse si da -", commenta Respinti nell’introduzione, "qui Dickens affronta direttamente la questione Gesù Cristo". E, contrariamente a quello che forse farebbe pensare l’iscrizione, posta sul sigillo della cassetta contenente il manoscritto della breve opera, che recita "Scritto per i suoi figli da Charles Dickens 1849", il Cristo dipinto dall’autore non è privo di tutti i particolari (anche drammatici) presenti nei Vangeli e non risponde affatto ad una ambigua pedagogia "corretta": "E’ come se davanti a ciò che sul serio conta, davanti ai propri figli (...), non si potessero tratteggiare caricature o scarabocchiare meri vezzi estetici".

Nel 1849, colui che può essere considerato un gigante della letteratura inglese e mondiale, si mise a scrivere, senza pensare alla pubblicazione, una storia per i suoi figli, un bellissimo racconto che al fascino dell’allegoria delle favole unisse la gioia provocata dall’ascoltare una narrazione vera.

Diceva un altro grande della letteratura inglese, John Ronald Reuel Tolkien, nell’Epilogo del suo saggio Sulle Fiabe, che soltanto nei Vangeli "leggenda e Storia si sono incontrate e fuse". Scriveva Tolkien: "I Vangeli contengono una favola o meglio una vicenda di un genere più ampio che include l’intera essenza delle fiabe. I Vangeli contengono molte meraviglie, di un’artisticità particolare, belle e commoventi: mitiche nel loro significato perfetto, in sè conchiuso: e tra le meraviglie c’è l’eucatastrofe massima e più completa che si possa concepire. Solo che questa vicenda ha penetrato di sè la Storia e il mondo primario; il desiderio e l’anelito alla subcreazione sono stati elevati a compimento nella Creazione".

Ma, sicuramente, Dickens non scelse di parafrasare i quattro Vangeli soltanto perchè in essi lo stile del subcreatore si unisce mirabilmente alla Verità di una Storia realmente accaduta. Non è una questione puramente stilistica: la bravura e la saggezza, con le quali lo scrittore racconta la vita di Gesù, ne descrive i miracoli, la Passione, e la morte, l’attenzione (mai assente) a inserire qua e là delle brevi, ma efficacissime esortazioni morali, e la limpidezza con cui, da padre tenero ed educatore paziente, si rivolge ai suoi figli, ci dicono che il grande autore inglese non poteva restare estraneo al contenuto della Storia che andava raccontando.

Marie Dickens, nell’aprile del 1934, osservava: "A parte l’argomento religioso, il manoscritto è legato in modo davvero intimo al romanziere e non costituisce tanto una spiegazione del suo pensiero quanto un tributo al suo cuore e alla sua umanità e, certo, alla sua profonda devozione verso Nostro Signore".

 

 

Giuseppe Bonvegna

 

Recensione apparsa sul numero 4 di Percorsi del marzo 1998